"Quanto monotona sarebbe la faccia della Terra senza le montagne."
Immanuel Kant Ciò che facemmo il dì nobile di ottobre decimonono nell'Anno Domini MMVIII canteranno i posteri ad imperitura memoria di chi sfidò la guerriera bella e senza amore che Iddio punì volgendo in monte!
 Ed ella ci attendea porgendo seco funeree lapidi a trasecolar l'ardito cavaliere che sul suo ripido procedere ripetea "Avere te voglio o morire!"
 Ma ella dall'alto ci vedea salire ed il suo dileggio echeggiò dalle forre che come fauci aperte attendeano il nostro piede in fallo!
 E strapiombi aguzzi, e corde sottili a vincere il precipizio e scale artigliate dal vento ci trovarono fermi a procedere verso la vetta bella e crudele!
 Neppur gli strali della maligna sentinella che giungeano al capo o al tronco, neppure i massi gettati al canalone. Stavolta la freccia in fronte non scoccò e si nobil ventura procedette nella luce fin quasi all'apice dell'ardir supremo, vetta nobile e crudel che ira ormai mutava in nuvole minacciose sopra il capo!
 Ma più dell'onor e dell'amor potè il digiuno e dopo tanta speme a si nobil ventura il ventre vuoto deviò a quel di Rosalba locanda ove riproponemmo il nostro grande amore alla vetta ostile ma col ventre pieno e la pancia al sole!
 Così scendendo da più dolce declivio e rimirando in lontananza sì vetta bella e ostile, già la nostalgia riporta alla direttissima via che al suo cuore porta!
 
Ascesa mancata alla prima cima del lago di Como
4 ottobre 2008
 L'escursione al Legnone di quel sabato è cominciata, in realtà, al venerdì, con un messaggio sul telefonino da parte di Bicio: "sulla cima di domani è caduta della neve."
In pratica, sabato mattina siamo partiti senza sapere con certezza se saremmo potuti arrivare alla cima.
Perfetto.
Comunque, il morale della truppa restava alto, anche per via della giornata spettacolare di cui potevamo godere: neanche una nuvola oscurava il cielo del lago di Como. Giornata spettacolare, ma anche bella fresca. in effetti fa un freddo becco, e il caffè che prendiamo al rifugio Roccoli Lorla ci sta tutto.
Di fronte a noi, il Legnone domina sul lago ed in effetti la cima è decisamente imbiancata. In realtà, non appena usciti dal bosco che caratterizza la prima parte di sentiero, il percorso si presenta non difficile, ma coperto da un fastidiosissimo strato di neve del giorno prima, che rende il tutto piuttosto insidioso. Il secco: "Minchia se è scivoloso!" sganciato da Sara al primo mezzo capitombolo vale più di mille parole.
Alla prima sosta, possiamo godere di una splendida panoramica dell'estremità nord del lago, con vista sulla Val di Spagna:
 A questo punto, il sentiero comincia a salire più deciso, e il passaggio diventa ancora più complicato per via dello strato di neve, diventato ormai un vetrato di neve-misto-grandine. Incrociamo un paio di escursionisti, che prima di noi hanno tentato di raggiungere la cima, e le notizie non sono buone: hanno dovuto rinunciare, perchè il tratto finale è impraticabile.
Continuiamo la salita, ed arriviamo all'ultima pausa, al bivacco Cà de Legn. proprio sotto la cima. Ne approfittiamo per mangiare un panino, mentre Bicio va avanti a verificare il percorso. Poco dopo torna, ed il responso è quello che temevamo: da lì in avanti, senza ramponi non si va da nessuna parte. Salire, volendo, sarebbe ancora possibile, ma scendere sarebbe troppo pericoloso.
Ma il buon Bicio, forse presagendo il problema, aveva pronto il piano di riserva: si scende al rifugio, si mangia qualcos'altro con calma, e poi nel pomeriggio saliremo sul Legnoncino, cima decisamente più bassa (1711 metri contro i 2609 del fratello maggiore), ma dotata di panorami altrettanto notevoli.
La pausa sul prato presso il rifugio, oltre ad altri panini e dolci assortiti, ci da modo di far conoscenza con il cane del rifugio, un bel pastorone bernese, che prontamente stringe amicizia con Bicio. Sarà questione di affinità? A voi giudicare...
 Non senza rimorso lasciamo il nostro amicone e la pennica che già stavamo gustando sotto il bel sole, per incamminarci verso il Legnoncino.
La salita è facile facile, lungo una mulattiera della vecchia Linea Cadorna.
E siccome, probabilmente, gli sembrava troppo facile, Bicio pensa bene di deviare al primo taglio che si trova davanti. Noi, da bravi pecoroni, lo seguiamo, solo per trovarci dopo pochi metri, in mezzo ai rami e le sterpaglie, con la voce di Bicio che ci dice: "tornate sulla strada!". Riprendiamo la mulattiera e il tutto finisce in risate.
Arrivati in cima al Legnoncino, lo spettacolo è semplicemente fantastico, con tutte le cime del lago in bella vista. Questa foto ne è solo un esempio:
 Siccome tira un freddo becco, ci tratteniamo giusto il tempo di una foto di gruppo e scendiamo.
Terzo passaggio al rifugio Roccoli-Lorla, e terza sosta, stavolta con le gambe sotto al tavolo, per la merendona finale a base di torte, castagne alla panna (uau!) e bevande calde, degna conclusione di cotanta giornata.

E' un po' quello che mi è successo in questi cinque giorni.
Con ordine.
- Notte tra venerdì 1 e sabato 2 agosto: sto male di stomaco, passo la notte in bianco. Come risultato, sono costretto a rinunciare all'escursione sulla Becca di Nana con Fabrizio e gli amici di Zainoinspalla di sabato mattina.
Fa niente. Mi aspettano ben sei giorni di trekking duro in Svizzera, sempre con Fabrizio, dal 10 al 15. Mi riposo e mi preparo.
- Lunedì 4 agosto: siccome qualche doloretto rimane, e fra sabato e domenica ho anche avuto qualche linea di febbre, vado dal medico e mi faccio visitare. Ed il medico, implacabile, sgancia il suo verdetto: intossicazione alimentare. Niente di serio, il più è passato, ma devo evitare sforzi e riposarmi molto. Per almeno dieci giorni.
Dovendo partire io la domenica seguente, il conto è presto fatto: devo rinunciare anche al trek in Svizzera. Per queste ferie d'agosto, montagne niente.
In pratica, in tre giorni sono passato dalla prospettiva di una full immersion di cime da bava alla bocca a quella di pantofole e poltrona forzati.
Mi frullano abbastanza, come potete immaginare.
Se non altro, mi vedrò le Olimpiadi per bene. Poco male, no?
Poco male i miei c******i!
Vabbè, fine del pippotto. Mi rifarò ai primi di settembre al rifugio Deffeyes...
Buone ferie a tutti.
veramente non dovevo venire da queste parti... la nostra meta ufficiale doveva essere la Presanella, ma a causa delle condizioni non favorevoli dalla via che Paolo aveva in mente abbiamo deciso di rimandare e di scegliere un'altra destinazione... io sono proprio all'inizio della mia esperienza su ghiaccio ma quando la nostra "guida" ha proposto il Gran Paradiso ero gasatissimo... un pò intimorito (il mio primo 4000... WOW!!!) ma con la testa già lassù... anche la scelta della data non è stata semplice... il rifugio d'appoggio (Vittorio Emanuele) in questo periodo è sempre al completo e la nostra partenza slitta da 13/14 luglio a 26/27... doppio Spettacolo!!! il giorno del mio compleanno a 4000 metri!!! non potevo avere un regalo più bello!!! ma partiamo dall'inizio... sono l'intruso in una compagnia di scalatori... e quando saremo sul ghiaccio la differenza tra me e loro sarà evidente... siamo in 9 all'incontro sabato mattina e fatte velocemente le presentazioni con chi ancora non conosco carichiamo le macchine e partiamo... non conosco molti di loro, ma so già che saranno due giorni fantastici!!! con compagni così non sarebbe portuto essere differente!!! il primo giorno da programma dobbiamo arrivare al Rifugio Vittorio Emanuele (2700m ca.) ... fra una chiacchera e l'altra e dopo aver fatto una sosta veloce per la spesa ad Aosta (dove 9 uomini rimangono stregati dal fascino di una donzella che seguiranno per tutto il supermercato) arriviamo all'immenso parcheggio in Valsavarenche da dove parte il sentiero...  il tempo non è proprio esaltante... mangiamo dei panini e caricati gli zaini ci mettiamo in marcia... iniziano i primi goccioloni d'acqua che durante il percorso diventeranno grandine e poi ancora acqua... ma non importa... le previsioni non sono cattive... speriamo per una volta che abbiano ragione... la salita non è particolarmente impegnativa... sono circa 700 metri di dislivello su un sentiero molto bello... ed in un paio d'ore siamo a destinazione...  il rifugio è grandicello (120 posti circa) e qualche metro distante c'è anche il rifugio invernale dove dormiremo noi... siamo un pò umidi e ci cambiamo velocemente nella nostra camera... fuori continua a piovere, non vuole proprio smettere... e per ingannare il tempo in attesa del nostro turno per la cena facciamo qualche partita a carte... ore 20.30 la cena è servita!!!  che confusione nella sala da pranzo... deve essere un bel casotto gestire tanta gente... ma confusione a parte, è proprio uno spettacolo... possiamo cenare con comodo, siamo quelli dell'ultimo turno... si chiacchera del più e del meno, si continua a guardare fuori sperando che il tempo migliori, si parla di domani, di cosa ci aspetterà... si mangia... tutto buonissimo ed abbondante... ed arriva anche l'ora di andare a letto... domani mattina sveglia alle 3.00!!! ore 3,00 del 27 luglio suona la sveglia, ma non era quasi necessaria... eravamo praticamente tutti svegli... non credo di aver dormito molto... sarà stato il letto scomodo... o un pò di apprensione per la salita che ci aspetta... o ??? e che ne so... comunque non eravamo stanchi... fuori c'è una stellata da paura... non poteva essere migliore l'inizio di questa giornata... alle 3,30 nel salone c'è già un sacco di gente a fare colazione... intorno alle 4,00 siamo fuori pronti a partire... non si vede proprio un tubo... Paolo ci guida in mezzo alle rocce... cammineremo quasi un'ora prima di raggiungere l'attacco del ghiacciaio... avanti a noi qualche luce... ma quando la strada diventa un dilemma si accodano a noi... (qualcuno che non è mai stato da questa parti sta guidando un trenino impressionante di persone al ghiacciaio) basta voltarsi e guardare dietro una processione lunghissima che ci sta seguendo... fa quasi impressione vedere nel buoi della notte questo lunghissimo serpentone di frontali che si snoda lungo il percorso... sono circa le 5 e iniziamo la vestizione e la preparazione delle cordate... 3 da 3... Paolo-io-Guge, Max-Paolo-Gilberto, Tone-Marco-Serafino  qualcuno si è portato avanti a noi e ci fa la traccia... con comodo partiamo... le frontali non servono più... le montagne che ci circondano iniziano a prendere colori d'incanto... per ora tutto procede benone... il mio capocordata che la sera prima mi aveva fatto imparare un paio di nodi e che mi aveva aiutato a preparare le maniglie, ora mi fa vedere come impugnare correttamente la piccozza e come procedere con i ramponi... (sorry sono alle prime armi) la salita non molla mai... prima o poi spianerà da qualche parte?! ma dove?  secondo alcune previsioni ci metteremo almeno almeno 6/7 ore contro le 4 (se non ricordo male) da tabella... e avrà ragione... inesorabili saliamo e la fatica si fa sentire... non è tecnicamente difficile... mentre qualche metro più in basso il giorno prima pioveva qui si era depositato un sottile strato di neve... di crepacci neppure l'ombra ad eccezione di una piccola fessura sotto la cresta finale... oggi ci aspettano 1300 m di salita da 2700 a 4061 m... qulche piccola pausa per recuperare è d'obbligo per tutti...  uno dei nostri oggi non è in giornata, ma con uno spirito da leone qualche barretta, un pò di the caldo (un grazie ancora ai rifugisti gentilissimi che al mattino ci hanno fatto trovare i thermos pieni) e soprattutto Grazie al supporto di un gruppo di amici straordinario continuamo la salita... che fatica!!! quanta gente!!! il mondo oggi è qui!!! dirigiamo verso il colletto poco sotto la cima in fila indiana con passo molto lento... visto in foto sembrerebbe un semplice "traverso"... ma sale... e sale... e sale... ogni tre passi quasi ci si ferma... troppa gente... raggiunto il colle miriamo alle roccette e seguo Paolo su... su... sempre più in alto... WOW!!! che spettacolo!!! sono le 9,50 e siamo fermi sulla cima ad una ventina di metri dalla madonnina...  da qui non ci si muove... davanti a noi ci sono altre cordate... qualcuno incurante del resto del mondo si ferma in vetta impedendo ad altri di poter godere di tanta bellezza... qualche guida si fa largo fra le cordate fregandosene di tutto e di tutti... visto come vanno le cose decidiamo di scendere al colletto dove c'è un pò più di spazio...   CHE GIOIA!!! nonostante non si sia potuto arrivare alla madonnina, siamo arrivati tutti insieme fin quassù!!! foto, abbracci ed una veloce pausa pranzo/barrette prima di riprendere la via del ritorno... è difficile descrivere a parole quanto sia stato bello ... peccato ci sia stata così tanta gente... peccato che certe persone anche in questo Paradiso abbiano dimenticato il rispetto a valle... ma poco importa eravamo tutti insieme... entusiasti all'ennesima potenza... con una giornata bellissima in un posto che ha lasciato in tutti noi un ricordo bellissimo... era anche il mio compleanno... e non potevo farmi davvero un regalo più bello... non potevo davvero ricevere un dono così grande... e non mi riferisco al fatto di essere stato sulla cima del Gran Paradiso... il dono così grande è stato trascorrere due giorni con questi compagni di viaggio davvero straordinari e con tante altre persone per me importanti che ho portato nei miei pensieri con me lassù... E' ora di scendere...  anche se vorremmo tutti fermarci ancora un pò... la discesa come ogni discesa sembrerà più lunga della salita... per me che ho poca confidenza con il ghiaccio sembrerà ancora più lunga... alla fine del ghiacciaio facciamo una piccola foto di gruppo e ripartiamo...  dopo una tappa obbligata al rigufio, con malincuore riprendiamo ancora la discesa.. sono circa le 17,oo e siamo di nuovo nel grande parcheggio... a sorpresa spuntano torta e spumante per festeggiare... (ho detto che i miei compagni di viaggio sono fantastici?!!!) Giro al bar prima di metterci in macchina e poi rientro a casa... 
Weekend sui ghiacciai delle Alpi di Uri
5-6 luglio 2008
In Svizzera c'ero già stato (ultima volta solo due settimane fa), ma COSI' in Svizzera decisamente mai. Sempre preda della voglia acuta di ghiacciaio che in questo periodo dell'anno pervade il VagaMonti medio, e grazie ai buoni auspici di Bicio di Zainioinspalla, mi sono unito al buon Giorgio Giudici in questa due giorni, obiettivo i 3504 mt. del Sustenhorn, cima che divide i Cantoni di Berna e Uri. L'avvicinamento in auto va via liscio, a parte le ovvie ed inevitabili interferenze del TomTom di bordo, per una volta non mio: io e Silvia stiamo percorrendo la strada del passo del Susten, per dirigerci al ritrovo di Steingletscher quando, nel pieno di una strada dritta e priva di qualunque deviazione, ma soprattutto GIUSTA, il navigatore se ne esce con: “Tornare indietro appena possibile!” Ci guardiamo un attimo, e decidiamo di non dargli retta. E lui insiste: “Tornare indietro appena possibile!”. 5 minuti dopo, senza avergli ovviamente dato retta, giungiamo a destinazione ed al ritrovo con Giorgio. Ah, i prodigi della scienza moderna... Anche il pranzetto pre-salita riserva i suoi bei momenti. Orietta ha appena finito di spazzolarsi un piatto di carne ed insalata, ma ha lasciato lì la salsa d'accompagno. Il buon Giorgio non ci pensa su due volte, ed afferrata la forchetta si ficca in bocca l'intero pastone, col suo bel carico di burro e spezie, incurante dei tentativi miei e di altri due di stopparlo prima che compia l'insano gesto. Troppo tardi. La reazione di disgusto di Giorgio è inequivocabile... Esaurite le formalità, lasciamo le macchine alla partenza del sentiero per il rifugio Tierbergli e ci incamminiamo. Il sole c'è, ma non è eccezionale. Speriamo per domani... La salita mi mette alla prova più del previsto, ma non c'è niente da fare: i percorsi come questo, fatti di rocce e roccette irregolari, che spezzano il ritmo ed impediscono un passo costante, proprio non li digerisco. (appunto mentale: d'ora in poi, evitare i piatti a base di salsiccia, patate e salsa alle cipolle SUBITO PRIMA di un salita...) Mi consolo con la visione della valle sotto di noi, davvero magnifica.  Dopo poco più di due ore arriviamo al rifugio, ci piazziamo in camerata e ci prepariamo per la cena. Facciamo i conti con le esigenze dell'adattamento al territorio: l'unica acqua che c'è è quella piovana raccolta, e deve essere riservata ai bisogni primari del rifugio, quindi i servizi con acqua corrente vengono aperti solo di notte, e per il minimo indispensabile. Dopo cena, a letto presto: la sveglia domenica mattina è alle 4:30, e partenza alle 5:30. E' necessario, per poter affrontare le tre ore di salita con calma e godendo della neve migliore. Alla partenza, il cielo ci premia con una bella vista della cima, che solo la sera prima era coperta dalle nubi. In effetti, le nuvole si muovono molto rapidamente per via del vento, e man mano che procediamo ci accorgiamo di trovarci in uno squarcio di sole molto instabile in mezzo a nuvole molto minacciose, che in pianura stanno già portando acqua a secchiate. La salita è dolce, ma da affrontare con attenzione, perchè i crepacci non mancano e più di una volta Giorgio ci invita a tenere la corda tesa ed essere “rapidi e leggeri!” Le tre ore previste (anche un filo di più!) ci vogliono tutte per arrivare in vetta senza scalmanarsi, e non siamo nemmeno premiati dal panorama, perchè ormai le nubi ci hanno circondato. Ma nemmeno l'ORRIDO tè alla menta del rifugio che ci riempie le borracce lava via la soddisfazione e mi concedo il lusso di un primo piano sotto la croce di vetta. E comunque, Giorgio ci leva ogni dubbio descrivendoci a memoria i paesaggi sotto, compresa la Val d'Ossola perché, come lui ci ricorda, “da dovunque sei in montagna si vede la Val d'Ossola!”.  La discesa al rifugio non presenta problemi. Già diverso il sentiero di ritorno alle macchine: appena partiamo si scatena un bell'acquazzone, e sulle rocce e roccette di cui sopra, ora viscide, c'è da stare attenti. Ciò non mi impedisce di scivolare e poggiare pesantemente sul sentiero i miei quarti più nobili, che prontamente si inzuppano di sana acqua piovana svizzera. Ah, ovviamente, il tempo di arrivare a valle e l'acquazzone smette. Ma sarà bastardo? Nonostante tutto, è decisamente presto, appena l'una del pomeriggio, e quindi mentre il resto del gruppo si trattiene al ristorante del passo (si vede che Giorgio voleva fare il bis della salsina-pastone di ieri...), io e Silvia ripartiamo in macchina subito per Milano. Bel weekend, bel gruppo, gran cima. Mej de inscìi...! 
Una giornata sul ghiacciaio del Breithorn22 giugno 2008 Domenica sera. In tv danno la partita della nazionale di calcio e naturalmente, da buon italiano medio, la sto guardando. Con gli occhi. In realtà però, di quello che succede sul campo quasi non me ne accorgo, perchè nella mia testa girano già i ricordi di questa meravigliosa giornata trascorsa per i monti fra pietraie, morene e neve, in gran compagnia.
E di ricordi oggi ho fatto proprio la scorta, a cominciare dal ritrovo alle quattro di mattina, ad un orario che vede la periferia di Milano popolata per lo più da una fauna che con la montagna non c'entra proprio tanto tanto... d'altronde, se vuoi andare sul ghiacciaio del Breithorn e vuoi farlo sparandoti i suoi bei 1400 metri di dislivello partendo da casa, non è che puoi star tanto lì a ronfare sotto le coperte... ad ogni modo siamo in viaggio, e dalle parti di Gravellona Toce il parabrezza si bagna di pioggia: sembra un film già visto, quello del maltempo che ci nega un'uscita su ghiacciaio, e mentre qualcuno resta fiducioso, qualcun altro già individua l'ottima alternativa del rifugio Parpinasca, dove trovare una gustosissima consolazione con le gambe sotto al tavolo. Sono le sei e mezza, al Passo del Sempione, e le nuvole sono rimaste in Italia. Nel frattempo, noi “milanesi” siamo arrivati prima di chi ha dormito a Simplon Dorf, a dieci minuti da qui... molto bene. Ma gli altri non tardano, e per le sette, distribuita da parte di Giorgio l'attrezzatura a chi ne ha bisogno, siamo pronti a lasciarci il casermone dell'Ospizio alle spalle. In lontananza davanti a noi già si può ben vedere il Colle del Breithorn con il ghiacciaio bianco di tutta la neve caduta recentemente, e la nostra cima alla sua destra.
Lassù, sulla destra, il Breithorn, la nostra meta odierna
Per alcuni minuti il sentiero prende dolcemente quota fra i prati che circondano il Passo, poi comincia pian piano a salire (costeggiato dall'acqua di un piccolo canale artificiale...) tagliando un ripido pendio, finchè Giorgio si ferma e con un sogghigno che ha un non so che di sadico ci annuncia: “Voi non ci crederete, ma si va di qua.” Guardando a destra, ecco quel che ci aspetta. La stretta e contorta traccia di un sentierino che bella in piedi sale lungo il ripido fianco della montagna. Ci crediamo, Giorgio, eccome se ci crediamo... e finalmente comincia il divertimento, quello “sano”, fatto di quadricipiti che si fanno sentire, polpacci che mordono, braccia che spingono sui bastoncini telescopici, sudore dalla fronte, e uno stambecco che dal bordo di un costone ci osserva incuriosito... Attraversiamo una stretta lingua di neve, poi risaliamo la morena, ancora un nevaietto da risalire lungo la linea di massima pendenza, di nuovo morena... pausa. Il panorama che si stende davanti a noi toglie il fiato: sotto di noi il pendio va giù, giù fino a Briga, che s'intravede nel fondovalle, quasi duemila metri più in basso; ma l'occhio è catturato dalle cime, e (vuoi perchè l'ossigeno comincia a scarseggiare, vuoi perchè in fondo un po' scemi lo siamo già di nostro) ci si lancia nell'imitazione di Cochi e Renato, perchè... “L'orizzonte è tuuutta una roba di neve. Bianca, come se fosse neve. Essa va da destra a sinistra – o da sinistra a destra, tanto è lo stesso – su e giù, giù e su. Insomma, a zig zag. Essa ci piace molto.” ...e mi fermo qui, che è meglio. Lo spettacolare panorama: sullo sfondo le montagne bernesi, a destra il Breithorn
Nel frattempo, Orietta si prodiga nello svuotare un po' uno zaino troppo pesante, che ha stancato oltre misura le gambe di un compagno di viaggio, e la roba in eccesso viene nascosta sotto un grosso masso. Si riparte attraversando una breve ma divertente zona di roccette un po' mobili, per rimettere piede sulla neve, che in molti punti ha il colore rosso ocra della sabbia sahariana portata fin qui dal vento, e dopo un altro po' di strada siamo finalmente alla base del ghiacciaio, e possiamo imbragarci ed infilare i ramponi. Breve spiegazione di Giorgio sui nodi che si utilizzano in cordata, un saluto al compagno di viaggio ormai troppo stanco per proseguire, che si ferma ad aspettarci qui, e le cordate sono pronte. Con Orietta si legano Marinella e Maurizio, clienti di Montagna e Natura, mentre noialtri ci leghiamo a Giorgio. I due Andrea e Sara in cordata
Si punta il Colle del Breithorn, dritto davanti a noi, e quando l'avremo raggiunto piegheremo a destra per raggiungere la nostra cima. Il ghiacciaio è stra-coperto dalle recenti nevicate, non s'intravede l'ombra di un crepaccio, ed in lontananza quattro persone stanno lasciando la loro traccia sul ripido pendio. Si parte. Giorgio tiene un bel passo regolare, ma lo stesso un crampo bastardo s'impadronisce del quadricipite di un altro di noi, che però grintosamente non desiste; lasciamo così passare avanti la cordata di Orietta, e rallentiamo il passo, inframezzandolo con numerose pause, per far sì che il nostro amico possa continuare senza troppi problemi. Certo le condizioni del ghiacciaio non è che aiutino proprio un granchè, visto che la neve è bella fonda, il sole comincia a scaldarla e tutto questo ci fa affondare, spesso fin quasi al ginocchio, aumentando la fatica e non di poco. Pian pianino, con pazienza abbiamo risalito un bel po' del dislivello fino al Colle, ma manca ancora il tratto più duro. Così Giorgio decide di cambiare le cordate: due di noi (nel frattempo i crampi hanno mietuto un'altra vittima) passano con Orietta, mentre Marinella e Maurizio prendono posto nella nostra cordata. Giorgio ora aumenta il passo, perchè comincia a farsi tardi, e le nuvole stanno coprendo il panorama. Non senza fatica arriviamo al Colle e, dopo una breve pausa, in circa venti minuti di cammino più agevole la nostra cordata raggiunge finalmente, con soddisfazione, la cima. Maurizio e Giorgio al Colle del Breithorn; sullo sfondo la vetta
Pacche sulle spalle, panini, fotografie, Monte Leone che ci guarda dritto negli occhi (ma che bella montagna...), e soprattutto grandi sorrisi e voglia di restare quassù, tra questi silenzi e questa meravigliosa pace il più a lungo possibile. Momenti da respirare a pieni polmoni, momenti che solo la quieta, magica grandiosità della montagna, forse, è in grado di donare. Giorgio, Dario, Bruno e Sara sulla cima del Breithorn (3401 m.)
Però ora c'è da scendere, e ci si lega di nuovo. In un amen siamo di nuovo al Colle, e da qui Giorgio si butta giù a piombo lungo la linea di massima pendenza, per risparmiare tempo e strada. Incontriamo di nuovo la cordata dei nostri amici, che almeno sono riusciti a raggiungere il Colle, e ne siamo contenti per loro... Quando il rischio d'incontrare crepacci finisce, le cordate si sciolgono, e d'ora in poi si procederà ognuno del suo passo, chi chiacchierando, chi godendosi qualche momento di solitudine assaporando il gusto di questa giornata. Ritrovato il nostro amico dove l'avevamo lasciato, dopo una breve pausa a base di nutella e marmellata si riparte a gruppo completo lungo le lingue di neve, che nei punti più ripidi ci consentono qualche bella e spassosa “sciata”, e poi di nuovo la pietraia, la morena e via così. Ormai nei pressi dell'Ospizio, ci si volta per un attimo ancora ad ammirare la montagna da cui siamo appena scesi, di nuovo severa nella sua imponente lontananza. E provo una sensazione che fatico a spiegarmi, c'è sicuramente la contentezza, ma mi sento anche così piccolo, di fronte alla Natura...
Prima che la giornata finisca, c'è ancora il tempo di una Radler in compagnia giù a Simplon Dorf, all'hotel gestito da una coppia italo-spagnola... stasera da queste parti mi sa che voleranno coltelli... ;-)))
L'ultimo rigore degli spagnoli s'è infilato in rete, in semifinale ci vanno loro... qualcuno a Simplon Dorf festeggerà... ...ma che meraviglia di giornata fra pietraie, morene e neve, in gran compagnia, oggi...
Potete leggere questo racconto anche sul sito dell'amico Bicio: http://www.zainoinspalla.it/resoconti/ghiaccio_breithorn_sempione_1483.asp 
E' la compagnia che fa dimenticare la pioggia. Chissà come mi vengono certe uscite, però mi escono vere. Così ancora una volta scelgo una buona compagnia sotto la pioggia e mi ritrovo sveglia in una cucina deserta con lo zaino pronto all’ingresso. Giugno piovoso e impietoso. Appuntamento a casa di Bruno, giusto il tempo per un saluto. Arriva Andrea e via, si parte. Ci conosciamo dalla finestra di Durand, altra uscita battezzata dalla pioggia, io sono quella che correva… e ho ancora in mente il barattolo di Nutella uscito come un miraggio dalla cambusa di Andrea. Arriviamo al sentiero alle 10, il tempo sembra aprirsi, fa perfino caldo. Meta di oggi: il rifugio Barbellino a 2130 metri, un buon dislivello pensando al Breithorn che ci attende. E come tanti funghi, ecco un nutrito gruppo di escursionisti che ci precede e ci affianca e ci tallona nel primo tratto della mulattiera. Qualche foto di rito, giusto per allenare la mano e l’occhio ed ecco subito, tra gli squarci del fogliame, le cascate rigonfie del Serio che ci accompagnano per un buon tratto di strada.  Dopo un’ora di cammino, usciamo finalmente allo scoperto e la mulattiera inizia a inerpicarsi lenta e quasi assolata, puntiamo in alto con buona lena, mentre qualche corridore scende controcorrente. Mi volto di tanto in tanto e lo sguardo si perde nel fondovalle sempre più lontano. Al bivio per il giro delle Orobiche, Bruno ha forse un ripensamento sulla meta di oggi, ma Andrea fortunatamente è folgorato da momentanea ispirazione artistica e obbliga entrambi ad assumere a pose plastiche neo buddiste sullo sfondo delle cascate… Passiamo il rifugio-casa-albergo Curò e iniziamo a costeggiare il bellissimo lago artificiale, con il suo verdeacqua da cartolina e la piccola cappella. Tra scherzi e foto di rito calpestiamo quindi la prima neve (giugno?) per poi salire fino a un sentiero di roccia che corre quasi in piano sovrastando un paesaggio mozzafiato, fatto di lago e monti e nubi rigonfie; ci fermiamo giusto per seguire con lo sguardo qualche temerario alpinista sciatore. L’ultimo tratto è silenzioso, ha iniziato a piovere e ci siamo attrezzati, chi con la giacca, chi con un’elegante mantella rossa rubata alla nonna di Cappuccetto. Manca poco ed eccoci al rifugio, un po’ bagnati e infreddoliti, dove, tolti scarponi e mantelle, infiliamo i piedi sotto il tavolo per uscirne solo dopo due ore di polenta, salumi, torta e bombardino che, dice Bruno, crea pericolosa assuefazione tra gli escursionisti. Satolli e un po’ sopiti, ricomincia la discesa, piove e non c’è niente da fare, si accetta la giornata così, al lago artificiale c’è un momento di tregua e noi ci si ferma lì, come tanti elementi matti del paesaggio, temporeggiando, chiedendo silenziosamente ancora un attimo di felicità prima di tornare al lavoro e alla città di sempre. Il lungo giro intorno al lago ci riporta al Curò, ormai deserto, sotto la pioggia che è diventata ormai un acquazzone, si sosta per un caffè e per il diluvio universale. Si fa tardi e non spiove, e la combriccola riparte sotto mantelle, cappelli e coprizaino, e mentre il fondovalle si avvicina c'è ripensa all'anno prima, chi alle prove del coro, e così lasciamo il silenzio della pioggia e di questa splendida valle.

Tra Bagni introvabili, cartelli traditori ed e-conference di altissimo livello
1 giugno 2008
La continua ricerca di percorsi allenanti per le imprese a venire porta me ed il Brünig la Rifugio Omio, in Val dell'Oro, sopra i Bagni di Masino...
...A trovarli, i Bagni di Masino. Sì perchè, come sempre, al momento di digitare il luogo di destinazione sul mio TomTom, non compare nulla, e ci tocca arrangiarci da San Martino in poi. Arriviamo comunque sul posto senza problemi, per poi scoprire che il navigatore indicava il luogo come "Bagni DEL Masino", aggiungendoci per simpatia anche una bella pernacchia...
Fa niente. Partiamo dal parchieggio e, dopo pochi minuti, un cartello ci indica una via alternativa e più lunga a quella che dovremmo percorrere per giungere a destinazione. Chissà perchè, la tentazione di seguire il suggerimento non ci sfiora nemmeno per un minuto...
 Subito dopo, una piccola deviazione ci porta a pochi metri dal letto di un torrentello bello carico dopo le pioggie degli ultimi giorni. Mi avventuro tra i sassi umidi per avvicinarmi il più possibile, salvo poi vedere Bruno arrivare in tutta tranquillità e sicurezza indicandomi, con quello sguardo da prendingiro di cui solo lui è capace, un sicuro passaggio a pochi metri di distanza...
Fa niente (di nuovo). Iniziamo a camminare sul serio, e ci inoltriamo nel bosco fino ad una prima radura, dove incrociamo un gruppetto di ragazzi diretti al rifugio e possiamo godere di un primo squarcio di panorama.
Usciti definitivamente dal bosco, il sentiero si fa roccioso, ed un altro torrentello (lo stesso di prima?) ci finisce addirittura tra i piedi, un passaggio di quelli che personalmente mi danno sempre un discreto gusto (almeno, da quando porto un paio di scarponi che tengono l'acqua). La foto con annesso fondoschiena del Brünig vi rende l'idea.
All'arrivo il rifugio è chiuso, e quindi ci adagiamo sui gradini di pietra per consumare i panini. Colonna sonora al nostro pranzo è la dotta lezione che una sciùra dietro di noi tiene ad un suo amico sulle funzioni ed i vantaggi di Skype. L'amico della signora non pare aver afferrato alla perfezione il concetto (il primo quarto d'ora lo impiega a capire che non si sta parlando di TV satellitare), poi finalmente arrivano i risultati. Almeno la pronuncia gli è chiara: si dice "Scàipe". Il più è fatto.
Visto che, fra una cosa e l'altra, abbiamo fatto presto, ho tutto il tempo di schiacciare una minipennica sotto il cielo nuvoloso, e di scattare una bella foto al Passo Barbacan sopra di noi, punto di passaggio del Sentiero Roma (che il buon Roger vi ha già descritto in un post precedente), che dopo l'Omio conclude la sua prima tappa al Rifugio Gianetti.
 E poi si scende.
Un'escursione notevole, con un dislivello non banale ma costante e ben distribuito. Ma ben altro ci aspetta...

... per l'esattezza di soli 9 mt... ma ne avevo troppo bisogno!Buona la scusa con cui convinco la mia dolce metà a fare una camminata... "Dai, dopo tanti giorni di pioggia, questa domenica le previsioni danno bello... una tranquilla passeggiata in Val Taleggio, pochi passi e ci si ferma vicino una baita a raccogliere il 'paruc' (Erba del Buon Enrico in lingua tricolore, una specie di spinaccio selvatico)..." Ma... vuoi che non sapevo che la stagione era un po' avanti, vuoi che poi quando si comincia a camminare non mi fermerei +, la giornata cambia subito i connotati... Il famigerato arbusto non si trova ed in poco aggiro la situazione con il mio solito detto "Dai Ele, è solo un pratone!!!"... In poco raggiungiamo un passo dal nome non molto invitante, e pure la cima da me indicata come facile porta lo stesso toponimo: Baciamorti (NDR: lascio la spiegazione del nome al sempre mitico sito della Val Brembana http://www.valbrembanaweb.it/cai_piazza/annuario/2001/baciamorti/baciamorti.html).  La giornata è magnifica ed al di là del passo rivedo dopo mesi le mie care vette orobiche, tra cui spicca sempre il gruppo Diavolo-Diavolino. La salita dai 1520 mt del Passo ai 2009 mt della vetta è davvero dolce, un manto verde cosparso di tanti bei fiori che alleggeriscono la fatica a tutti e due. Così, poco dopo il mezzogiorno, raggiungiamo la statua della madonna in vetta, il mio fedele altimetro lancia l'allarme dei 2000 mt superati (da quanto non lo sentivo!!!) mentre purtroppo il cielo va coprendosi di nubi e dalla valle sale una fitta nebbia... Tempo di un ottimo ma non troppo locale pane arabo con pancetta, si prosegue, nella speranza di finire all'asciutto il nostro pranzo. Dall'erbosa cresta ammiriamo i vicini Pizzo Tre Signori, Il Monte Sodadura e lo Zuccone Campelli, mentre dietro la sagoma del Monte Ponteranica, più a nord, si intravedono pure le nevi del Bernina. Ci fermiamo più a valle, in prossimità dei 'menir' che segnavano l'antico confine tra Venezia e Milano e addentiamo un secondo panino, ma il cielo ci costringe a ripartire di nuovo, minaccioso e carico di nubi dense. Finalmente, vicino al Rifugio Gherardi, più a valle, possiamo goderci un po' il sole (mettersi la crema no, eh?... che scottata!) e rivedere tutto il periplo compiuto... eddai, meglio sto giro che neanche starsene tutto il giorno appollaiati a raccoglier cicoria, no? Anche Elena è convinta, e un bello scatto ad una farfalla che si posa su un fiore di tarassaco è la cigliegina sulla torta di una bella giornata lontano dai lavori pre-matrimoniali... E son sempre più convinto che la montagna è la mia medicina!
Fenetre Durand 25 maggio 2008
“Ecco, noi dobbiamo andare là.” Mentre sono preso dalla lotta con uno scarpone che non vuole saperne di infilarsi, giro lo sguardo nella direzione indicata da Paolo. E quello che vedo non è niente male: una fila di cassonetti dell'immondizia, le baite di Glassier, qualche albero, e pochi metri più su una massa grigia e compatta: il Nulla? No, semplicemente dei bei nuvoloni scuri e densi, che si son mangiati tutto il panorama intorno. E noi dovremmo andare proprio lì in mezzo? Pronti, che problema c'è?
A ranghi serrati ci s'incammina lungo il sentiero che subito guadagna quota in modo piuttosto deciso; è un bel gruppo variegato, questo, composto da esperti biologi, vermologi e persino “caccologi”; c'è chi sale in jeans e chi – stoicamente – in scarpe da tennis; ma anche chi ama la montagna ma detesta la neve (e forse non sa cosa l'aspetta ;-) ), e poi chi quando è in città va a correre, chi a correre non ci va più, e chi legge libri in svedese tradotti dall'islandese. E poi ci siamo anche Andrea ed io, per la prima volta insieme ad un gruppo di Sentierando, qui in Valpelline, diretti verso la Fenetre Durand, valico a 2800 metri fra la Val d'Aosta e la Svizzera, da dove durante la guerra transitò anche il futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, all'epoca in fuga dall'Italia e dai fascisti. Mentre si sale si chiacchiera di tutto un po', spaziando dalle caratteristiche dei fiori incontrati lungo il percorso alle abitudini dei bonobo “sotto le lenzuola”, che pare usino anche fumare una sigaretta, dopo... insomma, il sentiero scivola veloce sotto i nostri scarponi, ma noi quasi non ce ne accorgiamo. Ad un certo punto, dopo aver per un momento lambito un bel torrente gonfio d'acqua, ci troviamo su una strada bianca, che lasceremo e riprenderemo più volte, fino a salire ad una zona di pascoli, dove fango ed erba giallastra la fanno da padrone, mentre compaiono le prime chiazze di neve, e qualche marmotta (che visto il clima forse preferirebbe restare in letargo) fischia forse per salutarci o forse per mandarci qualche accidente, chissà. Man mano che si procede la neve aumenta, e in alcuni punti copre il sentiero, cosicchè dobbiamo anche calpestarla. Rimontiamo un pendio, passiamo di fianco ad un alpeggio, poi un traverso sulla neve ed arriviamo alle ultime baite, mentre per alcuni momenti il panorama si scopre un poco, permettendoci di scattare finalmente qualche foto, mentre fino ad ora eravamo completamente avvolti dalle nuvole.
Da qui alla Fenetre manca l'ultimo ripido pendio, naturalmente ricoperto di neve – ora è anche bella fonda – ma ci vuol ben altro per fermare una tal banda. Allora una breve pausa, un saluto all'escursionista “anti-neve” che non ne vuol più sapere di andare avanti e si ferma qui ad aspettarci per il pranzo, e si riparte per l'ultima oretta scarsa di cammino, con Paolo a batter traccia nella neve e noialtri come tanti indiani a calpestare le sue impronte. Ad un momento ci si trova sotto un ripido pendio, che Paolo vorrebbe risalire, anche se poi decide di aggirarlo sulla destra, anche perchè il sentiero, che passa sull'altro lato, è completamente invisibile. Ora la fatica comincia a farsi sentire, il gruppo si sfilaccia un po', e si capisce che non ce la faremo ad arrivare alla nostra meta, per cui decidiamo di risalire uno speroncino erboso sgombro dalla neve, e di accontentarci così. Quando arriviamo tutti nel punto concordato comincia pure a nevischiare, per cui ci si ferma giusto il tempo di scattare una foto di gruppo e poi, dopo aver ammirato il piccolo lago di Fenetre pochi metri più in basso ed aver rivolto un'occhiata al colle, ormai a pochi minuti di distanza, torniamo sui nostri passi, scendendo velocemente alla baita dove troviamo la nostra “collega” beatamente addormentata, avvolta in un telo termico. Ora il nevischio s'è trasformato in pioggia, che non ci abbandonerà più.
Per mangiare ci sistemiamo alla bell'e meglio cercando dei posticini il più possibile all'asciutto, e Andrea tira fuori dallo zaino-cambusa una torta ed un vasetto di Nutella per offrirli alla ciurma, come suo solito... come sempre, mittticooo!!!! La pausa pranzo termina, e ci tocca incamminarci sulla via del ritorno, non prima di esserci intabarrati ben bene per evitare d'inzupparci troppo. Di nuovo, il tempo passato lungo il cammino vola via veloce per merito delle chiacchiere in allegria e di qualche foto, soprattutto per immortalare il bellissimo salto d'acqua del torrente, e in men che non si dica siamo di nuovo alle macchine. La giornata però deve ancora finire, e verrà degnamente conclusa nel bar di Valpelline, davanti al birrozzo di rito e a Mr. Bean...
Che dire, di questa giornata tra i monti della Val d'Aosta? Sarebbe facile e scontato lamentarsi delle nuvole e della pioggia che ci hanno impedito di godere dei panorami da favola di quest'angolo di paradiso, ma (forse perchè sono davvero squinternato io!) per me è stata comunque una giornata splendida: la pioggia non mi dà nessun fastidio perchè tanto – come dice sempre un caro amico – non sono solubile in acqua, e la mancanza di panorami non fa altro che darmi un motivo in più (se mai ce ne fosse bisogno) per tornare in futuro, con una bella giornata di sole, a scoprire di nuovo questi bellissimi posti. Ma ciò che ha reso questa giornata ancora migliore è stato il gusto di poterla condividere con Paolo, Mr. Sentierando, e con questo bel gruppo di escursionisti simpatici e allegri, che ringrazio davvero di cuore per la compagnia. La neve copre il sentieroLago di Fenetre Il gruppo (quasi) al completo Lo spettacolo del torrente gonfio d'acqua P.S.: Grazie a Paolo e Andrea per le foto. 
11 maggio 2008
Le esigenze erano chiare: fare allenamento e prepararci per le future e ben più impegnative salite a venire.
E quindi la nostra scelta (mia e del Brünig) è caduta sul rifugio Elisa, in piena Grigna, con un dislivello di quasi 1200 metri, buoni per la gamba, sopra Mandello.
Anzi, Rongio di Mandello. Val la pena di precisare, perché alla partenza la cosa ci ha fatto arrovellare il giusto. La scena: Bruno: "Tutto pronto?" Io: "Sì" Bruno: "Bene. Non so esattamente dov'è Rongio di Mandello, hai portato il TomTom?" Io: "Sì" Bruno "Bene. Hai provato a cercare Rongio?" Io: "Sì" Bruno: "Bene. Lo hai trovato sul TomTom?" Io: "No" Bruno: "..."
Perché è importante partire SEMPRE col piede giusto!
Vaccate topografiche a parte, arrivare a Rongio non è un problema. Molliamo la macchina e attacchiamo il sentiero, che entra subito nel bosco.
Dopo un primo saliscendi tranquillo, il primo scorcio della giornata: una grotta naturale della quale prendiamo nota per futura esplorazione con torcie. La foto non è granchè, ma da l'idea (e occhio al guano di pipistrello).
 Usciti dal bosco, si comincia a salire sul serio, e il motivo per cui abbiamo scelto questa salita si rende chiaro: personalmente sono un po' giù di fiato, e devo affidarmi ad una prima sosta per bere e recuperare un minimo tra un tornante e l'altro. Anche il fatto che la giornata sia decisamente coperta, a conti fatti si rivela un bene. Anche troppo, forse: le previsioni dicono che il tempo dovrebbe tenere, ma i nuvoloni in arrivo non sembrano aver letto il giornale.
Intanto, il rifugio comincia ad intravedersi in lontananza... ma ci vorranno almeno altre due ore per arrivarci. Sono ancora in cerca di una definizione che descriva al meglio questi luoghi, e Bruno mi viene in soccorso: "Mi piace questa zona, bella selvaggia". Ci ha preso: più di tanti altri posti, questi luoghi sono "esterni", luoghi a parte, certamente non del tutto incontaminati ma di sicuro quel tanto che basta per portarti al di fuori dal resto, quando occorre. (Mi sono un po' incartato, lo so, portate pazienza... ;-) )
Giunge intanto il momento della "macro" di giornata, dedicata alle genzianelle che sul sentiero decisamente abbondano.
 Superato un passaggio nuovamente nel bosco, è tempo della seconda sosta presso la baita dell'Aser, e di una fotina alla fauna locale:
 L'ultima mezz'ora fino al rifugio è facile, e all'arrivo ci attende il premio: non capisco subito cos'abbia tanto da abbaiare il cane del rifugio, ma guardando meglio me ne accorgo: due camosci, che risalgono la cresta di fronte al rifugio. Sparo lo zoom al massimo ma la foto, seppur sgranata, riesce bene.
 Prima di pranzo, c'è tempo di fare antipasto con un panino, e poi ci ritroviamo a tavola con il gestore del rifugio, che praticamente cucina solo per noi e se stesso e apparecchia davanti al camino acceso.
Il fuocherello che va ci spinge ad oziare un po', tanto è presto. Ma visto che nemmeno vogliamo far tardi, affrontiamo la discesa e torniamo a casa.
Che dire... rispetto alla mia ultima uscita è stata tutta un'altra cosa. Una faticata che ci voleva per risvegliare muscoli da un po' troppo tempo arrugginiti, entrare e scaldarci per progetti ben più ampi, già in moto e ben avviati...

Nell'incanto della Val Codera 4 maggio 2008 Per un lungo momento, chiudendo gli occhi, ho pensato di trovarmi in un altro tempo, ormai dimenticato, che forse noi abitanti di città tendiamo a volte a mitizzare un po' troppo. Il paese di Codera, in effetti, sembra un luogo fuori dal tempo, e dal mondo. Appeso con le unghie al ripido pendio, ai piedi di selvagge montagne, nascosto alla vista dal fondovalle, non c'è altro modo per raggiungerlo se non usare i propri piedi e lasciarsi alle spalle i circa cinquecento metri di dislivello che lo separano da Novate Mezzola.
Quante cose ci sarebbero da raccontare, di questa giornata in Val Codera... Si potrebbe cominciare dal collie mezzo addormentato che ci accoglie al parcheggio giù a Novate Mezzola, da dove già possiamo godere di una splendida vista sul Legnone che con la sua imponente piramide bianca di neve domina il paesaggio. Si potrebbe continuare con la sfilza di gradini e gradoni intagliati nella roccia, che a ripide serpentine risale il fitto bosco di castagni, e della prospettiva sul lago di Novate Mezzola e sul Pian di Spagna che ad ogni passo si svelano sempre più. Oppure descrivendo la faccia selvaggia di questa valle, col torrente che si fa sentire laggiù, e i fianchi ripidi e boscosi delle montagne. Potrei anche parlare dell'elicottero che il Teo indovina svolgere servizio autobus, ma è meglio raccontare dell'arrivo alle baite di Avedee, che è un balcone con vista sul fondovalle dove il sentiero spiana e ci prendiamo una pausetta per riempirci gli occhi di una bellezza così. E continuare con la parte finale del sentiero che porta a Codera scendendo a gradoni e poi risalendo dopo una galleria paravalanghe, in un ambiente da ricordare a lungo.
Potrei raccontare poi della folla in piazza a Codera ad ascoltare le brave personalità che per festeggiare il ventennale della Casa di Valle improvvisano applauditi discorsi che io capisco poco, ma preferisco prendermi una pausa e dire di quel tizio che s'incanta a guardarci addentare i nostri panini a fianco del sentiero per poi andarsene per la sua strada, mentre vengo rapito dall'incanto di alte montagne innevate che bucano la foschia oltre una stretta e profonda gola, e cullato dal profondo suggestivo canto degli alpenhorn che riempie la valle e fa saltare la mia fantasia ad un mondo antico, di cui ho già detto... è forse questa la mitica Arcadia?
Ma il tempo passa veloce e dopo pranzo ci rimettiamo in marcia, ed allora il racconto riprende parlando del ponte di pietra sul torrente che scende a rapidi salti verso il fondovalle, e poi di un secondo ponte, e poi della risalita verso le baite di Cii appese al pendio di fronte ad Avedee, e poi del tratto in costa sul mitico spettacolare sentiero del Tracciolino, che in piano percorre il fianco della montagna, affacciato sul dirupo. Ma c'è ancora da dire del sentiero che, abbandonato il Tracciolino, scende nel fitto del bosco in fondo al vallone e poi risale al bel paese di San Giorgio, che purtroppo non visitiamo a dovere perchè, dopo aver salutato un viperozzo che ci attraversa la strada impaurito, c'e ancora da affrontare il sentiero che ci riporterà a Novate Mezzola con i suoi quaranta tornanti con panoramica vista lago, vista che come tutta l'incantevole vallata che ci siamo ormai lasciati alle spalle meriterebbe chissà quante foto, ed invece non possiamo farne neanche una, perchè stavolta siamo senza macchine fotografiche. Quante cose ci sarebbero da raccontare, di questa giornata... qualcuna ho provato a descriverla, tante sono rimaste impresse nella memoria, e chissà quante ancora ne restano da scoprire lassù in Val Codera, ad un tiro di schioppo dal caos della modernità, eppure così lontana da tutto, immersa nella quiete della natura e nella bellezza di una valle come poche ancora ce ne sono, nelle nostre meravigliose Alpi.
Succede.
Succede che fai un'escursione il 5 aprile, sai che dovresti riportarla sul blog (in fondo noi VagaMonti siamo nati per questo) e passi 20 giorni esatti a non scrivere nulla di nulla di nulla. Di più, non ti salta nemmeno per la testa di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Non ne hai voglia. E ti chiedi perchè.
Ci sono voluti 20 giorni, ma alla fine ci sono arrivato.
Non ho scritto nulla perchè... non avevo nulla da scrivere.
In realtà, probabilmente lo sapevo già il 5 sera, quando sono arrivato a casa e mia madre mi ha chiesto: "Com'è andata?"
La mia risposta: "Mah... Nulla di che".
Già questo doveva darmi un'idea di che aria tirava, ma, come ho detto, non ci ero arrivato subito.
Altro indizio doveva essere il fatto che, dovendo pensare a qualcosa per cui ricordare l'escursione, l'unica cosa che mi venisse in mente fosse una battuta di spirito (neanche fenomenale, a ripensarci) uscitami non so come a discesa ormai conclusa.
La montagna mi ha sempre dato un'emozione particolare, per un motivo o per l'altro. Una volta era la fatica, un'altra il paesaggio, un'altra la soddisfazione di aver raggiunto la vetta, un'altra per un'altro motivo...
'Sto giro non è successo. Immagino che capiti.
Ed è per questo che non dirò dove sono stato il 5 di aprile. Perchè prima o poi qualcuno ci andrà e, probabilmente, anzi sicuramente, avrà tutt'altre sensazioni rispetto alle mie.
Ed è sempre per questo che concludo questo post in modo così lapidario: perchè una volta detto quello che volevo, non mi pare il caso di dilungarmi.
Perchè a me è andata così, ma questo non vuol dire che debba succedere a tutti.
È una cosa nè bella nè brutta. Semplicemente...
Succede.
24 febbraio 2008
Era una mattina buia, fredda, umida e nebbiosa… Vabbè non esageriamo, c’era giusto un po’ di nebbia, che ci ha accompagnato per tutto il viaggio ma il tempo non era così brutto, e poi io ho dormito per tutto il tragitto, dovevo smaltire i bagordi della sera prima e cosa c’è di meglio di una sana e rilassante e per niente faticosa (!!!) camminata, sorry , CIASPOLATA in montagna?! Bando alle ciance, la compagnia della ciaspola era composta da Elisa (soprannominata “Radio” o “Ghiottona” o da me palla al piede), Cristina (la mia “personal shopper” che ringrazio ancora per avermi trovato la giacca da sci ultra trendy), Paolo (che s’è lanciato e mi ha sfoggiato un completino da profugo con tanto di moon boots anni ‘80), Bruno (il Brunig ribattezzato subito Maestro di ciaspola Yoda) e da me, Elena (per modestia e dall’alto della mia benevolenza lascio ai miei compagni ogni commento). Ritrovo da Elisa alle 7, ovviamente Cristina ed io eravamo in ritardo (sai com’è… trucco e parrucco... e poi prepara lo sfilatino per la gita…etc etc), invece Paolo, che abita lì, è caduto dal letto direttamente sul sedile della suocera (e si vede perché ha ancora la riga del cuscino stampata in faccia nonché la bolla al naso), quindi partenza alla volta di Milano per caricare il Brunig e finalmente via verso Domodossola da Giorgio per recuperare le ciaspole (a proposito: grazie ancora!). Arrivati a Milano confondiamo (beh…Elisa) il posto di ritrovo concordato col Brunig (era il Lido o il Palalido?), ci fermiamo davanti al Palalido, scendiamo tutti e 4 dalla macchina e ci guardiamo intorno. Ad un certo punto Elisa si avvia verso 1 tipo che arrivava bello deciso con tanto di zaino in spalla, vediamo che gli va incontro, si sbraccia, pare lo stia salutando. Paolo, Cris ed io ci guardiamo e chiedo se fosse Bruno… e infatti non era lui! Opssss (ci sembrava un po’ troppo pakistano per essere lui ma Elisa era partita bella spedita) Ah, ho dimenticato di dire che in questo lasso di tempo stavo armeggiando con la cerniera dei pantaloni da sci, in pratica era aperta e davanti avevo la calzamaglia di fuori, quindi appena il pakistano è arrivato davanti a noi, siccome ero impresentabile mi son girata di schiena… cacchio… dietro c’erano 2 della nettezza urbana che stavano passando il camion aspira tutto sul piazzale del Palalido e io lì con sta roba in bella vista.. beh.. però.. che effetto che faccio, son partiti anche 2 sanpietrini! (sì ma per il getto troppo forte del camion ciuccia tutto!!). Mi ricompongo mentre Paolo sghignazza ed ecco il Brunig, facciamo le presentazioni e via, si parte, …e finalmente posso dormire. Arrivati a Domodossola, ritiriamo le ciaspole a casa di Giorgio, poi colazione (beh… la sosta pipì e cappuccio e brioche non si negano mai a chi s’è appena svegliato), e poi su fino all’ultimo parcheggio a Baceno. Oh eccoci arrivati, ci cambiamo (mmmmmmmmmmh che abbinamenti che ci sfoggiano i “Casa Vinello”, Elisa e Paolo, lei per non farsi mancare nulla si fa pure le trecce da Heidi!), Cris sfoggia il suo pile rosa nuovo di zecca, quindi ci mettiamo in fila per la navetta, teletrasporto e via, siamo alle prime casette e all’inizio della strada innevata. Erano le 11 passate, il sole splendeva alto e nel cielo non c’era nemmeno una nuvola: fantastico! Faceva un gran caldo quindi ci siamo tolti tutto, siam rimasti in maglietta a maniche corte, e dopo esserci incremati per bene, l’avventura è finalmente iniziata… beh.. non subito… abbiam fatto 300 metri con gli scarponcini finchè Brunig ha deciso che era giunto il momento di ciaspolarsi, è un po’ un casino coi laccetti ma possiamo farcela, ecco, le abbiamo infilate, faccio due passi…. aaarg… mi sembra di cadere… calma… beh… però … non male… non sembra difficile… vai… spettacolo! Camminiamo nella neve non battuta e non sprofondiamo!! CHE INVENZIONE GENIALE!! Facciamo il primo pezzo pianeggiante e intanto ci godiamo il paesaggio, vediamo un paio di persone intente a realizzare i famosi pupazzi di neve nani o in miniatura che dir si voglia, che poi verranno fotografati da vicino e verranno spacciati per giganteschi (vero Elisa??!!), e poi TA DAAAAA il muro! Iniziamo a salire e vedo che gli altri incominciano ad essere più avanti di me, un po’ più avanti, decisamente moooolto più avanti… inizio ad avere le visioni, caspita che svarione ma ecco Brunig giungere in mio soccorso: è lì, alto e aitante, senza un filo di sudore perché è allenatissimo, e mi porge il suo aiuto, e da vero Maestro Yoda si mette al mio capezzale e mi chiede se faccio sport e se vado a camminare d’estate! Bravo..infierisci…già sto morendo, già vedi che non ho fiato e che non ho “le physique du rolle” e mi chiedi se vado a camminare… ti pare il caso?!! Che humor inglese! Vabbè mi ripiglio e la salita riprende, raggiungiamo gli altri, Cristina mi guarda tutta soddisfatta e con aria di sufficienza, con un sorriso da orecchio a orecchio perché pensava di essere lei la meno allenata (brava.. infierisci pure tu!); Paolo si crogiola al “sole buono” della montagna (tanto è completamente ricoperto di crema) ed Elisa per confortarmi inizia a raccontare di una ciaspolata in notturna durante la quale Paolo era talmente spossato che è arrivato al rifugio grazie ai cioccolatini, e di una loro amica che quella volta si era fermata ansimante tra i boschi, e di quell’altro che… guarda Ely, sto benissimo, mi sono ripresa e sono un fiore = )) Intanto ci godiamo lo splendido scenario che si sta aprendo davanti a noi: in lontananza si vede una conca contornata da montagne rocciose innevate, nel mezzo si scorge un paesino costruito sulle rive di un torrente, composto da una ventina di casette in pietra e legno ben ristrutturate e una chiesetta. Brunig-Yoda, appassionato di montagna e pratico della zona, ci spiega che si tratta di Crampiolo, ridente paesino situato nel Parco Naturale dell’Alpe Devero, località turistica nell'Ossola, in provincia di Verbania, dove è possibile trovare tutto ciò che rende straordinaria la montagna. Ed è vero: il paesaggio è assolutamente incantevole, sarà il sole, saranno le montagne che si stagliano nette nel cielo limpidissimo color azzurro-blu che ricorda l’estate, sarà che fa caldo, sarà la compagnia ma veramente il cuore ci si riempie di gioia! E si vede tanto che si ride e si scherza, decidiamo di lasciare il sentiero battuto e di azzardare un fuori pista sulla mini-cresta di un avvallamento. Eccoci lì, uno dietro all’altro, Brunig-Messner-Yoda guida la nostra spedizione esplorativa e noi dietro come i pulcini che seguono la chioccia, intanto ci divertiamo a lasciare le nostre impronte nella neve immacolata e a lanciarci improbabili palle di neve. Non facciamo in tempo a dire: “guarda queste a lisca di pesce..” che si sente un tonfo seguito da un gridolino, ci giriamo e vediamo Elisa che dall’alto del suo metro e cinquanta è sprofondata con una gamba nella neve fino a metà coscia! Che ridere! Iniziamo tutti a sbellicarci perché per metà è infilata nella neve mentre le braccia sono rimaste alzate attaccate ai bastoncini ben infilzati nel terreno! L’occasione è ghiotta e Brunig-Yoda ne approfitta per farle una foto mentre Paolo, fidanzato di Elisa, sembra sfiorato dall’idea di abbandonarla lì così e proseguire con le due stragnocche (saremmo Cristina ed io). Recuperata l’imbranata di turno, ci facciamo ancora un po’ di foto, Paolo trova finalmente un cespuglio in cui “liberarsi”, e arriviamo alla parete da cui dobbiamo scendere. Brunig-Yoda apre la via e in men che non si dica, con le sue ciaspole dalle sette leghe si ritrova giù; Paolo, con le sue gambe lunghissime e affusolate, lo segue a ruota; poi partono Elisa e Cristina, sembrano un po’ due gatti di marmo ma non c’è male. Già e io?… beh… non vedevo l’ora… mentre Brunig mi gridava di scendere e di non togliere le cisapole, ovviamente ho tolto le ciaspole, mi son messa lo zaino davanti e son scesa di sedere! Che figata pazzesca, scivolavo giù che era un piacere! Ho lasciato una scia lungo tutta la parete, ho aperto un varco per tutti quelli che fino al disgelo vorranno scivolare sulla neve senza avere il bob, o lo slittino, o la padella o un sacchetto di plastica! Soddisfatti e inzuppati di neve (io), entriamo a Crampiolo, purtroppo non è possibile pranzare al rifugio o all’agriturismo locale perché non c’è posto, quindi decidiamo di visitare la chiesetta e di continuare a salire fino alla diga e al lago ghiacciato. La chiesetta è spettacolare: è una bomboniera, con pavimento in pietra, affreschi ben conservati alle pareti, panche in legno e fiori freschi…. tanto che Elisa e Paolo sembrano quasi decidere di sposarsi lì e di fare il pranzo all’aperto in mezzo alla natura.. (vabbè sto romanzando, l’idea era mia) Proseguiamo la salita, c’è un sacco di gente in giro, il bello è che ci si saluta tutti con un sorriso sincero sui volti affaticati ma sereni, forse perché siamo tutti uguali nel condividere uno spettacolo così incredibile della natura, il paesaggio e la fatica ci accomuna e c’è un senso di tacita condivisione. Durante la salita Elisa continua a perdere le ciaspole: per forza, ha indossato un paio di scarponcini con la punta leggermente all’insù in stile Alì Babà e Alladin quindi le si infila sotto la neve, si crea una sorta di zeppa e la ciaspola si sfila! Cristina prosegue beata insieme a Brunig-Yoda e a Paolo, ribattezzato cervo a primavera per le sue doti da stambecco scalatore. Io continuo a fermarmi e mi stupisco anche che persone molto più anziane di me mi superino senza fiatone e senza batter ciglio fresche come rose! Finalmente si vede la diga, finalmente ci arriviamo… aaaaah che spettacolo il lago ghiacciato! Un deserto di neve dove si ergono gli isolotti per una volta raggiungibili a piedi. E finalmente il pranzo! C’è talmente tanta neve che riusciamo a sederci sulla sommità del muro della diga, è molto largo tanto che riusciamo a sistemare gli zaini, a sdraiarci indisturbati per consumare il nostro meritatissimo e gustosissimo pranzo al sacco a base di panini, focaccia, brioche, cioccolato, succo di frutta, acqua, frutta… sì beh… abbiamo un po’ esagerato! Finito il pranzo Brunig-Yoda aiutato dall’immancabile cartina, ci spiega i nomi delle montagne, così ce ne stiamo col naso all’insù finché non vediamo uno sciatore scendere in fuori pista dalla cima della Punta Fizzi facendo lo slalom tra le rocce…. TZE’…Bambino…. Perché Paolo non aveva portato gli sci sennò vedevi! Finito lo show, il maestro Yoda ci invita a ricomporci (dovevo rimettermi le scarpe, sì perchè oltre alla giacca mi ero comprata le calze super tecniche nuove e son talmente autoscaldanti che avevo i piedi in fiamme!!praticamente 2 zamponi, mancavano giusto le lenticchie), ci rivestiamo e via si scende verso il lago ghiacciato. Che emozione, Yoda va avanti e ci fa strada perché il clima è talmente caldo che sulle rive la crosta ha iniziato a creparsi e lasciarsi andare creando delle spaccature attraverso le quali si intravedono lo strato di neve ed il ghiaccio. La marcia prosegue, siamo in fila indiana e sembriamo la compagnia dell’anello nei suoi tempi migliori, un immenso deserto di ghiaccio, il paesaggio è lunare e poi con noi c’è quella marziana dell’Elisa che ogni tre per due si ferma per togliere la zeppa di neve che le si forma sotto la punta degli scarponcini da Alì Babà. Tra l’altro ad un certo punto vediamo che l’ingegnere in miniatura (Elisa) inizia a trafficare con una delle rotelle dei bastoncini, vediamo che la svita e se la mette in tasca, poi prende il bastoncino e si ficca ripetutamente la punta sotto la scarpa così da togliere la neve, poi tutta soddisfatta ricomincia a camminare verso di noi per raggiungerci: uno spettacolo impietoso, il bastoncino con la rotella resta a galla, l’altro sprofonda di molto nella neve bucando la crosta ghiacciata e lei imperterrita con le sue treccine da Heidi e il suo sorriso smaliante continua ad avanzare dondolando e ancheggiando come l’Ercolino sempre in piedi! Paolo è sconsolato e ormai distoglie lo sguardo, non la guarda nemmeno più, spera solo che la potenza del sole apra una crepa sotto lei e che la voragine la inghiotta senza lasciarne traccia… e così vissero felici e contenti. (ehm… no … non c’entra nulla) E la marcia continua, tra scherzi, battute, alcune censurate per ovvi motivi, la Cris fa birdwatching, Elisa zoppica, finchè giunti a metà lago decidiamo di fare la foto di gruppo: Brunig-Yoda si crea un trabattello d’appoggio con lo zaino e noi, tranquilli e pacifici ci mettiamo in posa uno ammassato all’altro. Il posto è talmente incantevole che ci viene voglia di giocare nella neve: Paolo si sdraia ed Elisa gli salta addosso (poverino…. schiacciato dalla ghiottona); io mi sdraio e faccio l’angelo; Brunig continua il reportage fotografico; Cristina tenendo i piedi fermi inizia ruotare il busto trascinando i bastoncini così da creare un cerchio intorno a sé…. WOW… è la figlia di Ennio Doris e lo scopriamo così a 2000 metri!! Tra una battuta e l’altra inizia la guerra a palle di neve, tanto fa caldissimo, finchè la lotta viene interrotta dalla Cris, il birdwatching dà i suoi frutti: in lontananza infatti, si vede sopraggiungere un uomo, anzi è un bel ragazzo, sembra proprio aitante, anzi lo è sicuramente.. ci saluta come si usa in montagna… e via, la Cris sente il richiamo dell’ormone e parte all’inseguimento. Riprendiamo la marcia ma è impossibile stargli dietro, facciamo una salita e torniamo sulla terra ferma, Elisa si sdraia nella neve e finisce sommersa dalle nostre palle, poi, appena ripartiti, ad un certo punto finisce lunga e tirata modello pelle d’orso: per forza ha conficcato la punta della ciaspola nella neve! Eccoci tornati alla diga, e via si inizia la discesa, il clima è bellissimo, c’è meno gente in giro e la natura è al suo massimo splendore: è impossibile non girare col naso per aria. Giunti al paesino ci infiliamo nel Rifugio Fizzi, il proprietario, un uomo barbuto e un po’ burbero tipo il nonno di Heidi, ci accoglie e ci fa accomodare. A parte Paolo che si prende un te caldo, noi optiamo per la gazzosa e per birra e gazzosa, belle fresche, e ovviamente come disdegnare una bella porzione di strudel e crostata di ricotta fatte in cas?! Spettacolari, buonissime, con tanto di cremina alla vaniglia e castagne sotto spirito spelate. Nel frattempo iniziamo a giocare con i gatti e stringiamo amicizia con Fabio, il cuoco nonché figlio del nonno di Heidi, il quale ci racconta della vita in quell’angolo di paradiso fuori dal mondo e ci confida che i suoi vivono lì in pianta stabile da ben otto anni, anche durante le tempeste di neve con la temperatura a – 20 gradi! Poi purtroppo è ora di ripartire, son le 16.30 passate, inizia a fare freddino, quindi ci avviamo verso il bosco e Brunig ci porta per un sentiero molto suggestivo da cui comunque attraverso le piante spoglie si intravedono le montagne che vicino al tramonto forse sono ancora più belle. E via, giù veloci dal sentieri tra le solite battute e l’allegria generale, arriviamo così alla fermata della navetta e fortuna vuole che sopraggiunge in quell’istante proprio per l’ultima corsa. Eccoci al parcheggio, ci cambiamo, risaliamo alla volta di Domodossola per riconsegnare le ciaspole e via verso Milano. In auto si mangiucchia ancora qualcosa, Cris si offre di sbucciare le arance, Elisa guida, mentre guida mangia e mentre mangia parla, Brunig è tramortito da tante chiacchiere, Paolo pensa alle sue gambe gonfie, Cris ascolta… ricordo solo una parte del viaggio perché poi… mi son addormentata felice e beata come una bambina. Riapro gli occhi e vedo il traffico, tempo grigio.. sì.. siamo a Milano. Ma che importa se qui siamo nello smog e nel casino, noi siamo tutti belli colorati dal sole, siamo stanchi ma contenti, soddisfatti dell’esperienza che abbiamo avuto la fortuna di condividere, abbiamo appagato gli occhi, lo spirito ed il cuore e ritrovare la semplicità della natura ci ha dato una carica emotiva che si è protratta per tutta la settimana e forse di più. 10 febbraio 2008Che sarebbe stata tosta, ce l’aspettavamo. Che sarebbe stata bella, pure. Ma… questa ciaspolata sarebbe anche stata in grado di superare le aspettative, o no? Vediamo…
Parcheggio dietro all’hotel di Gabi, lungo la strada per il Sempione. L’aria mattutina punge, mentre ci si prepara per la ciaspolata odierna. Il Seehorn, nostra meta, è ben visibile nel cielo senza una nuvola, ed è anche ben pelato dal vento che ha spazzato via la neve dalla sua cima. ARVA indossati, ciaspole allacciate, e via che si parte. Il tratto più antipatico è proprio quello iniziale, che risale a zig zag il pendio nel fitto del bosco di larici. Infatti, in diversi punti l’azione di vento e gelo ha scoperto e ghiacciato il fondo del sentiero. Poco male, tanto ci pensano i puntali delle ciaspole a portarci su senza problemi. Oggi non è giornata da chiacchiere, ed anche le pause non saranno lunghe. C’è da far andare le gambe, e Giorgio adotta un passo bello costante, che comunque tiene il gruppo ben compatto. Mentre il serpentone multicolore risale il pendio sopra le prime baite, da una di queste esce a salutarci con la mano un ragazzo, che sarà l’unico altro essere umano incontrato in tutta la giornata. Vicino a lui, anche due incuriosite caprette ci fanno ciao. D’altronde, siamo o non siamo nel paese di Heidi?!?
Ora finalmente pestiamo una bella neve – le nostre ciaspole sentitamente ringraziano – e finalmente il sole che già illuminava il versante opposto della valle arriva a scaldare anche noi, mentre la magnifica parete della Weissmies già da un po’ ci osserva da lontano. L’ambiente è semplicemente meraviglioso, man mano che si sale le vette d’intorno poco a poco si mostrano ai nostri occhi sotto un cielo blu da paura. Poche baite di legno scuro qua e là spiccano sul bianco di una neve perfetta, a monte di queste i larici spogli riprendono possesso della montagna.
Nei pressi di un’altra baita a quota 1900 o giù di lì termina il primo tratto ripido e la traccia battuta da Giorgio aggira ora il fianco della montagna e compie grossomodo un ampio semicerchio, guadagnando quota in maniera un po’ più dolce. Alcuni saliscendi nel bosco sempre più rado e ci troviamo ora ai piedi del pendio finale… alla faccia del pendio! Ma quanto è in piedi?!? E che è, il Mortirolo?!? A circa metà di quest’ultimo tratto Giorgio ferma il gruppo e consiglia di togliere le ciaspole, perché tanto oramai da qui alla vetta saranno brevi chiazze di neve in mezzo al terreno brullo di pietre ed erba secca. Levate dunque le ciaspole, il gruppo riparte col solito passo deciso, ed io lo guardo allontanarsi sempre più. Capita che la mia gamba abbia la bella idea di farsi venire un crampo coi fiocchi, e vado in cotta. Le gambe vorrebbero fermarsi, lo zaino sembra un’incudine sulle spalle, ma manca proprio poco… ed allora vado su lo stesso, magari facendo un po’ di fatica in più, ma già pregusto il panorama dalla cima…
Finalmente ci sono anch’io, seduto con le gambe a penzoloni sulla pedana metallica montata proprio in vetta, sotto l’enorme antenna che – potere della tecnologia – sostituisce una volta tanto la solita croce. Un po’ di sano doping (leggasi pane e nutella), una foto di gruppo, e Giorgio ci fa l’elenco delle cime su cui si posa la vista da questo posto fantastico… più che altro, a giudicare dalla sfilza di nomi, sembra stia leggendo l’elenco del telefono! Solo per limitarmi a quelle che ricordo (e non vorrei sbagliarmi): Breithorn e Leone, proprio dirimpetto, e poi Cistella e Diei, Arbola e Val Formazza, Val Grande e sguardo che in lontananza arriva fino al Bernina e Disgrazia (!), ma anche la vicina Val Bognanco col Pioltone e il Passo di Monscera, per continuare con la svizzera Zwischbergental e tutte le sue cime fino al meraviglioso trio Weissmies – Lagginhorn – Fletschorn, fino al Sempione con lo Straffelgrat e lo Spitzhorli, ormai una “classicissima” zainoinspallesca…
Si potrebbe restare qui ore ed ore ammirati a contemplare tanta bellezza, ma lo spasso della discesa è lì che ci aspetta, per cui ci s’incammina di nuovo. Inizialmente si scende con un minimo di cautela il pendio davvero ripido, fino a raggiungere l’area di sosta ciaspole. Ma quando siamo di nuovo con le racchette ai piedi tutti ci lanciamo a capofitto lungo la massima pendenza, su una neve zuccherosa che ci permette luuunghe scivolate in ottimo stile “sci-aspolatorio” (c’è chi adotta il telemark, ma anche chi tenta la posizione ad uovo). E ad onore del gruppo, va aggiunto che di voli quasi non se ne vedono, ed anche allo stile “ciapètt” si ricorre ben poco… Una vera goduria, una delle più belle e divertenti discese sulle ciaspole che abbia mai fatto! Alle quattro meno un quarto, ben prima di quanto preventivato da Giorgio, siamo di nuovo alle macchine, ma manca ancora un impegno “istituzionale”: la birra di fine giornata, che verrà consumata nel bel bar-ristorante ricavato nell’antica torre di Gondo, sotto lo sguardo un po’così di alcuni raffinati e un po’schizzinosi avventori… ;-)
Tornando alla domanda iniziale, direi che sì, questa giornata è andata ben oltre le aspettative: è stata tosta, bellissima e divertente, come sempre con i gruppi di Zainoinspalla!
Belle baite con il Seehorn sullo sfondo Larici, neve e le nostre tracce (foto di Roberto) Foto di gruppo in vetta, dietro di noi il Monte Leone (foto di Giorgio) Il trio di giganti: Weissmies, Lagginhorn e Fletschorn Provetti "sci-aspolatori" all'opera (foto di Giorgio)
 
26 gennaio 2007
Dopo alcune ciaspolate con tempo non proprio perfetto, sentivo decisamente il bisogno di un po' di quella magica accoppiata fatta da sole + neve.
La mia carnagione, di per se' tendente al bianchiccio, si è potuta ristorare in una sfavillante giornata di sole sullo Ziccher, cima di quasi 2000 metri in Val Vigezzo a cavallo del confine con la Sguizzera... Pardon, Svizzera (scüsa, nèh?).
Guida del gruppo cui mi aggrego oggi è, come sempre più spesso accade, il buon Fabrizio "Dinamite Bla" Bellucci (Bruno, che Dio ti benedica per la geniale intuizione...) di ZainoIn Spalla, insieme all'altrettanto onnipresente Giovanni Poli.
La giornata comincia nel migliore dei modi: visto che l'appuntamento per la partenza è ad un orario umano, posso permettermi di dormire. Il viaggio in macchina lo faccio con il pilota automatico: ormai mi sembra di andare solo in questi luoghi. E non ne ho mai abbastanza!
Inforcate le ciaspole, bastano pochi minuti di camminata per rendersi conto di un fatto inequivocabile: fa un caldo porco! La giacca a vento resterà ben ficcata nello zaino senza mai vedere la luce del giorno, e il pile la seguirà poco dopo, alla prima minisosta presso la cappelletta locale.
Il gruppo prosegue compatto, abbiamo tutto il tempo per salire con calma e Bicio tiene un passo morbido.
La sosta successiva ci consente un primo sguardo al paesaggio. Menzione e fotografia per il Pizzo Ragno...
...ma anche per un arditissimo tentativo di megazoom. Era da tempo che non mettevo alla prova il 10x della mia macchina fotografica, e ho tentato di centrare nientepopodimeno che la Punta Gnifetti, e la mitica Capanna Margherita, che con i suoi 4559 mt. occupa da da tempo lo status di "sogno bagnato" dei Vagamonti. Prima o poi ci arriveremo (Ho forse sentito Bruno ululare? Naaaaaaaaaa, solo un 'impressione...).
Approposito della foto: Bicio mi dice che la Capanna l'ho presa, anche se in modo un po' "Parkinsoniano": voi che dite, c'è?
Ripartiti dalla sosta, usciamo dal bosco e la salita comincia a rampegare, e intravediamo la cima: prima di arrivarci, dovremo superare un costoncino con strapiombi da entrambi i lati, e la salita alla cima da farsi senza ciaspole e con le mani ("rimasugli" di capra permettendo...).
Intervallo: ritratto del Semper Voster all'ultima sostina prima della vetta.
Giunti in cima, diamo l'assalto ai panini e ci godiamo la vista panoramica, prima di buttarci per le discese in linea retta senza le quali nessuna ciaspolata sarebbe completa. Citazione speciale per Fabrizio in persona, che ci delizia con un capitombolo di rara portata artistica!
Arriviamo alle macchine che il sole sta tramontando e, mentre il grosso del gruppo sbrana salumi e sottaceti, penso che giornate così ci vogliono, ogni tanto.
E basta.

A volte non riesci proprio a farne a meno.. alcuni potrebbero pensare una similitudine con una droga, io la vedo più come una medicina.., la miglior medicina contro qualsiasi male, fisico o mentale che sia! Io che l’Alben ce l’ho a due passi dall’uscio di casa, che l’ho fotografato non so quante migliaia di volte.., non mi basta mai! Resta sempre un punto di riferimento, la mia palestra naturale, La Montagna! Ultimamente me lo stanno un po’ deturpando, tra cantieri edili concessi senza il minimo scrupolo, piste su piste da fondo inutili e inutilizzate, tagli spropositati di alberi non giustificati completamente dalla giusta volontà di debellare il famigerato bostrico... comunque (altrimenti parto con critiche infinite, non è questo lo spazio!), lo devo vivere in ogni suo aspetto... e cosa meglio di una sera invernale con la luna piena?!? L’occasione si presenta martedì 22 gennaio... e che occasione! Le previsioni davano un peggioramento ed invece, nel pomeriggio, si alza un vento gagliardo che spazza il cielo, regalando prima un fantastico tramonto e preparando poi il giusto palcoscenico alla “star” (è un satellite, ma non siamo così pignoli...!) della serata. Alcuni amici che avevo contattato per l’evento mi hanno dato forfait all’ultimo, ma rimane il fido fratello Giorgio con il quale, appena rientrato dal mio lavoro alle 18, mi preparo alla “spedizione”.
Ore 18.30: usciamo di casa in un clima insolito per il mese di gennaio, il termometro segna addirittura 7 gradi, e ciò ci fa capire che il forte vento non è altro che il famoso Favonio, o Fohn che dir si voglia. Siamo quasi sicuri di trovare terreno facile, neve bagnata per le alte temperature, ed invece, appena ci troviamo ad avere a che fare con il manto bianco, ci accorgiamo che il vento ha giocato un brutto scherzo... un sottile ma insidioso strato di ghiaccio ricopre il sentiero, costringendoci a scegliere vie alternative per la salita.., che però non trova grossi ostacoli, ed in breve siamo alle ultime balze più decise che conducono al Passo Saplì (1.490 mt di quota), mentre la luna ancora non si vede, se non di riflesso sulle valli alle nostre spalle (bellissimi in lontananza il Tre Signori, il Ponteranica e le Grigne tutti imbiancati che già sono baciati dal candido chiarore ed illuminano la notte). Gli ultimi passi prima del valico li facciamo un po’ piegati in avanti, non dalla stanchezza, ma perché adesso il vento è tornato a soffiare con veemenza. Non sostiamo perciò a lungo nel primo alpeggio ancora immerso nelle tenebre, ma dopo aver trangugiato velocemente un panino, proseguiamo verso gli altri pascoli.., e adesso comincia lo spettacolo! Le tremolanti luci della città sullo sfondo assomigliano in tutto e per tutto ad una colata lavica, mentre i prati innevati più sotto iniziano a ricevere i primi raggi di luna... foto da cartolina! Proseguiamo: servirebbe un cavalletto per poter fare foto in notturna, ma la neve è talmente compatta da permettere di appoggiarsi... e così gli scatti sono quasi tutti da incorniciare. Sulla cresta dell’Alben, spazzata dalle violenti folate, la neve si disperde in nubi che creano stupendi giochi di luce... ma ciò che più affascina è il silenzio surreale che ci circonda: per attimi restiamo ad ascoltarlo, ed è talmente inimmaginabile che mi viene in mente il testo di una canzone di cui non ricordo ne titolo ne autore: “... un silenzio che fa troppo rumore...”. Scatto a ripetizione nella zona della piccola cappella dedicata a San Rocco e non vorrei più abbandonare un tale paradiso... ma sono già le 20.45 ed è meglio rientrare: da bravi atleti mancati ci improvvisiamo in una corsa sulla neve compatta, ed anche il rientro si trasforma così in un divertimento, mentre possiamo ora ammirare anche i vicini Menna ed Arera riflettere la luce argentea... Sembrano degli enormi gioielli di madreperla! I genitori ci aspettano un po’ preoccupati, anche se io non sono nuovo a queste trovate... qualche anno fa in solitaria sono salito alla Capanna 2000 dell’Arera a godermi un eclissi di luna! Alle ore 22.00 la nostra piccola avventura si conclude ed anche Giorgio, seppur un po’ stanco, mi ringrazia per questa bella “gita”... i suoi compagni di scuola, il giorno successivo, lo prendono un po’ in giro chiedendogli: “ma non avevi niente di meglio da fare? Per vedere la luna bastava uscire alla finestra….” Eh no, io ed il mio fratello siamo sicuri che martedì scorso non avevamo proprio niente di meglio da fare!!! 
13 gennaio 2008Ricapitolando… E’ l’una e mezza, e sono seduto. Finalmente, direi, ma sottovoce. Con consumato fare da escursionista EE – e perciò “macho” – trasferisco un panozzo dal fondo dello zaino direttamente al fondo dello stomaco. Così, la fame passa in secondo piano, e posso finalmente dare un’occhiata in giro. Beh, proprio non c’è male: neve, ma tanta, sotto i piedi, e montagne severe d’intorno, il Gran Nomenon su tutti, visto che la Grivola gioca a nascondino con le nuvole e solo ogni tanto lascia intravedere la sua cresta. Però anche così s’intuisce la sua imponenza ed eleganza… L’alpeggio dove si trova il bivacco Gontier, la meta appena raggiunta dalla banda odierna di zainoinspallisti, è un vero e proprio gioiellino sotto l’abbraccio di quasi un metro di neve, tra quella vecchia e quella appena caduta (basti pensare che la staccionata del bivacco viene scavalcata quasi senza sollevare i piedi…), e dalla parte opposta della Grivola il paesaggio si apre verso la Valle Centrale e le Grand Jorasses e il Gran Combin, anche loro però con le cime avvolte dalle nuvole, cosicché ne possiamo ammirare solo i pendii innevati che digradano verso la bassa valle. Se ci fosse sole pieno sarebbe un panorama decisamente da torcicollo, se già così è una meraviglia… guardando il bicchiere mezzo pieno, si può dire che questo è un assaggio, buono per quando torneremo quassù…
Con il secondo panino ad inseguire quello di prima, mi sovviene una domanda: ne è valsa la pena? In fin dei conti, la sveglia è stata antidiluviana, il viaggio fino a Vieyes è durato la bellezza di tre ore, e la faticosa camminata in salita costante ben quattro ore. Ed ancora ci aspetta la discesa! Ma un’altra domanda mi sovviene mentre assaggio una delle buonissime cupete fatte da Laura (chiedere a lei per la ricetta…): ma devo sempre farmi domande così stupide? Altroché, se ne è valsa la pena! Tre ore in macchina in compagnia di Bicio (pardon… Dinamite Bla!) e degli altri sono volate via fra le chiacchiere, gli sfottò e le risate; la goduria di camminare nel fitto del bosco di abeti e larici così carichi di neve, con il mitico Gio là davanti a battere traccia nel mare di neve fresca (aiutato anche da Roberta, Roberto e Sonia, che con alterne fortune si sono avvicendati nell’arduo compito di apripista), è una roba che non so spiegare, è solo da provare; ed inoltre la soddisfazione di trovarsi in questo ambiente da fiaba ripaga da ogni fatica!
Un terzo panino, una foto di gruppo, un saluto di sfuggita ad un camoscio che si è fatto intravedere non lontano dal bivacco, e siamo pronti per la discesa, che sarà come sempre un gran divertimento, all’insegna del più puro “trekker pride”. I più prudenti (e quelli con qualche acciacchetto) ripercorreranno fedelmente la traccia battuta in salita, che nel fitto del bosco segue l’andamento a zig zag del sentiero estivo. I più temerari invece, capitanati da Gio, si dedicheranno all’arte del taglione, buttandosi dove possibile lungo la massima pendenza, non senza capitomboli vari nella neve fonda, creando |
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